Notte Bianca (MEG) Sfera di bianca pietra sospesa resti notturna e silenziosa incantesimo sei della magia piu' pura e millenaria di tempo e spazio sei signora scultrice di desideri stellati poetessa di sogni irrealizzati
Bianco occhio del cielo di notte brilli di luce argento e oro goccia di miele tu sei la terapia per chi mai si riposa di gioie e affanni sai ogni cosa conosci tutti gli umani segreti alcova di tutti gli innamorati
Umana dea dolce empatia lacrima sibillina sorriso di gatto nel blu illumini di latte il mio cammino sorella sei tu
Dopo un bombardamento mediatico alla fine ieri pomeriggio, io e Sir. P., siamo andati al cinema a vedere “Cloverfield”…
Il mio stomaco è ancora oggi in subbuglio…vuoi per la tecnica usata per le riprese, vuoi per le forti sensazioni provate. Bello, originale….angosciante! Sembrava di vivere davvero quelle emozioni, quella drammaticità….
Da vedere per chi ama le forti emozioni...si vede che c'è lo zampino dell'autore di LOST!
Noi non avremmo niente da dire, possiamo dire questo lungamente...Perchè non abbiamo intenzioni...Cosa abbiamo? Da una parte una rinuncia, dall'altra un'accettazione. E' cosi, è l'inizio di uno spettacolo: la poltrona o il palco, è cosi. Qual'è la prima domanda? E' questa: dove siamo? Come si chiama il posto? Avessimo ancora tempo per distrarci, divagare... L'intervistatore è quello che sta scomodo perchè si sentano più comodi gli intervistati. Dove siamo e quando? Già la stagione non sembra più questa ma la prossima...la fretta criminale dell'artista...E quella frase dell'intervistatore che si congeda e torna da stilista sotto il titolo, sopra la colonna: "Quello che ho mi basta"... "E il pianto mio?" , pensa l'intervistato, "l'ho detto o non l'ho detto il pianto mio"? Dove siamo? Siamo ancora alla prima domanda. E già prendiamo questo gioco sul serio ossia vorremmo dire nulla, e senza fretta. Ma per dare un'impressione di serietà,la serietà di un senso, bisogna svelare un segreto,e noi non ci tiriamo indietro. Di cosa stiamo parlando? Di un canone, della forma canzone. Avevamo una base armonica, avevamo la musica a sè stante, mancava l'astuzia, la linea melodica, la persuasiva falsariga del canto. Avevamo il candore, e l'accettammo. Ciò che toccava a noi: questo mancava... quindi toccava a noi. Una estesa base armonica, attraente e senza metriche: non avevamo le sillabe ma le qualità, come dire una vita non in punta di dita ma a grandi manciate come remare con le mani in noi. E' l'accettammo. Come si dice? Parole... che salgono dal cuore, il cuore sulle labbra, eccetera (riusciremo mai a risvegliare le metafore, ad avere il coraggio di far vivere tutto ciò che accade nel linguaggio ovvero altrove?). Il gonfio cuore...si dice. E noi accettammo questa diceria, andammo a vedere cosa c'era di vero. Per dare alla diceria la voce. A un passo dal processo, e facemmo quel passo. Quale voce? La voce umana, la voce del corpo, il corpo della voce, unavoce alla quale, più che il senso, può sfuggire l'urlo, il mugolio, il gemito, il lamento, l'urgenza di un sussurro. "La sua meravigliosa voce arcaica raggiunge la sorgente di ogni suono"...E questa voce vuole presentarsi al canto, al suo processo, senza prove e senza compiacenza. "E la prima volta, è lo stupore, la bocca aperta per la meraviglia"...Senza prove ossia con tutta l'apprensione, quindi l'affetto che è dedicato a un appuntamento, il primo, e sarà sera, la sera della prima (la prima assoluta, assoluta come la solitudine). Come se fosse musica il luogo, e il tempo fosse un tempo musicale, senza riferimenti in un bosco d'archi e cori, e il piano fa lo scriccolo sui rami, e non c'è un clik che venga dalle stelle a misurare, sulla terra, al canto il batter e il levare...Che vuol dire? Che evitiamo l'attenuante del mare, il mare che sta in mezzo tra il dire e il fare. Qui stiamo tra il fare e il dire. E in mezzo cosa c'è? Il corpo della voce e senza memoria perchè l'interprete per prima si smemora. Con niente in mente, la luce degli occhi scopra le parole, sul fare del linguaggio, seguito dal suo dire ossia dal canto. Una voce che sarà compositrice...Processo, allora,al canto di canzone, alla registrazione in sè del sentimento, alla memoria come melodia. Un testo che non sia strappato al canto, ossia stampato prima. I fogli in mano a lei. La voce musicista che è un destino. La scena è gelosia d'inedito tradito. E tutto il resto sembri pure un dare i numeri, enumerando, per esempio,le passioni che il brano porta dentro: La musica vocale, la parola musicale contabile il respiro, lo stile recitativo, lo stile arioso, la polifonia di cori concitati, la cantata,lo slancio di una voce verso il rischio, il canto che torna indietro,che torna in sè, che torna a una forma prelirica, premelodrammatica, prelibrettistica, anche qui per rinuncia e per accettazione. Rinuncia, per esempio, all'anedotto narrativo, a quello stare al mondo in un mondo che non sta nè in cielo nè in terra, rinuncia alla canzone come caso umano senza corpo rinuncia al vittimismo sentimentale. Accettazione di una forma come madrigale al tempo in cui(rivolgendo a noi le parole della musicologia affettuosa) Cogliemmo la verità degli accenti appassionati...gli accenti, si: appassionati...Infine: come dire i sentimenti...sapendo che dirli è solamente dirli"come", e allora rinunciare a dirli, e dire la rinuncia. Ma poi, in realtà ossia in scena, dopo i numeri, vorremmo soltanto dare l'anima. O rinunciando ancora all'insulsa praticità di una canzone, essere insulsi noi. O forse, interprete ed autore , sono due monelli, il che non contraddice, anzi conferma, quanto detto fin qui. E che significa allora tutta questa apparente insofferenza, che forse è qualcosa di più che insofferenza? Che vuol dire(dopo il fare)? E' forse, ancora, una delicatezza, delicatezza di un addio senza litigio. La domanda è sempre la stessa: dove siamo? Non più avanti di questa domanda, è la risposta. Più avanti cosa c'è? C'è forse il vuoto per due scapicollati...Amiamo, forse, la canzone? Può essere ma può anche non essere. Qual 'è la parola più lunga nel testo? E' "indissolubilmente"... Può essere ma può anche non essere... Vorremmo improvvisare la nostra fondatezza...toccati dalla grazia violenta del pianto. E' questo, forse, un addio alla canzone? Può essere. E adesso potremmo cominciare a parlare finalmente del tempo, divagando.
Sono almeno 5 giorni che sto chiuso in casa, vedo il mondo attraverso la finestra che oggi mi separa da una fitta nebbia che avvolge gli alberi aldilà dei vetri…. Sto davanti allo schermo del Mac…mentre un vaporizzatore a batterie pervade la stanza di bergamotto…uno spruzzo ogni 16 secondi!
Ho letto di una donna che manca da questo piano esistenziale da non troppi anni…una donna che ha cambiato molte cose della mia vita…una donna che mi guardava con occhi limpidi, a volte severi, altre caldi e avvolgenti…leggeva in me cose che altri appena poteva intuire…
Ricordo di una sua confidenza che ho tenuto per me fin’ora..mi disse..” Tu hai qualcosa che porta le persone a fare grandi cambiamenti, la tua è una dote che aiuta gli altri!”
Questo mi ha sempre “impaurito”…ma anche incuriosito…
Grazie Mamma Rita…felice che tu abbia fatto parte della mia vita!
Cantata e arrangiata da Wadely Rielaborazioni di Peppe
PORTISHEAD "Undenied"
Your softly spoken words Release my whole desire Undenied Totally And so bare is my heart, I can't hide And so where does my heart, belong Beneath your tender touch My senses can't divide Ohh so strong My desire For so bare is my heart, I can't hide And so where does my heart, belong Now that I've found you And seen behind those eyes How can I Carry on For so bare is my heart, I can't hide And so where does my heart, belong Belong
Tra 19 giorni sarà il mio compleanno….è strano considerare che ora sono quello che io additavo come “vecchio” nel tempo in cui avevo 13/15 anni… Meno male che la natura mi aiuta..anche se diviene sempre più veloce il tempo che passa! Benvenuto Febbraio…
"Tutto è relativo. Prendi un ultracentenario che rompe uno specchio: sarà ben lieto di sapere che ha ancora sette anni di disgrazie." Albert Einstein